Spagna 1936: gli anarchici, la guerra, la rivoluzione

venerdì 26 novembre 2004, di frank, Goldbronn Frédéric

Spagna 1936: gli anarchici, la guerra, la rivoluzione

da Le Monde Diplomatique - dicembre 2000
UN’UTOPIA REALIZZATA
Quando la Spagna rivoluzionaria viveva in anarchia

Per difendere l’ordine esistente, basta talvolta sostenere che ogni tentativo di
allontanarsene porterebbe alla tirannia e al caos. La storia è ricca di esempi
che dimostrano il contrario, rivelando il carattere eterno della rivolta,
dell’aspirazione alla democrazia e alla solidarietà. Per alcuni mesi, durante la
guerra civile spagnola, alcune regioni del paese difesero così un sistema di
governo senza precedenti, che rimetteva in discussione il potere dei possidenti,
dei notabili e dei burocrati. Storici e cineasti ci ricordano questa parentesi
volta all’utopia.

di FRÉDÉRIC GOLDBRONN e FRANK MINTZ*
Nel momento in cui gli apostoli del Santo Profitto si profumano volentieri di un
alone di «Anarchiste» (1), è difficile immaginare la portata della rivoluzione
libertaria condotta dai lavoratori spagnoli nel 1936, nelle zone in cui
sbarrarono il passo al pronunciamiento dei generali contro la Repubblica. «Noi
anarchici non abbiamo fatto la guerra per il piacere di difendere la repubblica
borghese (...) No, se abbiamo preso le armi, è stato per attuare la rivoluzione
sociale (2)», ricorda un ex miliziano della Colonna di Ferro (3).
La collettivizzazione di ampi settori dell’industria, dei servizi e
dell’agricoltura ha costituito in effetti uno dei tratti salienti di questa
rivoluzione: una scelta radicata nella forte politicizzazione della classe
operaia, organizzata principalmente in seno alla Confederazione Nazionale del
Lavoro (Cnt, anarco-sindacalista) e in misura minore nell’Unione Generale dei
Lavoratori (Ugt, socialista).
In una Spagna che contava allora ventiquattro milioni di abitanti, il sindacato
anarchico aveva oltre un milione di iscritti, e - fatto unico nella storia del
sindacalismo - un solo funzionario a tempo pieno remunerato. Alcuni mesi prima
del colpo di stato militare del 18 luglio 1936, il Congresso di Saragozza della
Cnt (maggio 1936) aveva adottato una mozione che non lasciava dubbi sulla sua
concezione dell’azione sindacale: «Una volta conclusa la fase violenta della
rivoluzione, si dichiarerà l’abolizione della proprietà privata, dello Stato,
del principio d’autorità e di conseguenza delle classi che dividono gli uomini
in sfruttatori e sfruttati, oppressori e oppressi. Una volta socializzata la
ricchezza, le organizzazioni dei produttori, finalmente libere, si faranno
carico dell’amministrazione diretta della produzione e dei consumi (4)».
Questo programma fu avviato dagli stessi lavoratori, senza attendere nessun tipo
di comando da parte dei loro «capi». La cronologia degli avvenimenti in
Catalogna ne offre un buon esempio. A Barcellona, il 18 luglio 1936 i comitati
direttivi della Cnt avevano lanciato l’appello allo sciopero generale, ma senza
impartire consegne per la collettivizzazione. Ma fin dal 21 luglio, i ferrovieri
catalani collettivizzarono le ferrovie. Il 25 fu la volta dei trasporti urbani -
tram, metro e autobus - il 26 dell’elettricità e il 27 delle agenzie marittime.
L’industria metallurgica fu immediatamente riconvertita alla fabbricazione di
veicoli blindati e di granate per le milizie che partivano per combattere sul
fronte dell’Aragona. In breve, in pochi giorni, il 70% delle imprese industriali
e commerciali erano divenute proprietà dei lavoratori, in questa Catalogna che
concentrava da sola due terzi delle industrie del paese (5).
«Qualcosa per cui lottare» Nel suo celebre Omaggio alla Catalogna, George Orwell
ha descritto quest’euforia rivoluzionaria: «Barcellona offriva uno spettacolo
straordinario, al di là di ogni aspettativa. Per la prima volta nella mia vita
mi trovavo in una città dove la classe operaia aveva preso il sopravvento. Quasi
tutti gli edifici di una certa importanza erano nelle mani dei lavoratori, e su
tutti sventolavano bandiere rosse, o quelle rosse e nere degli anarchici (...)
In tutti i negozi, in tutti i bar c’erano scritte che ne annunciavano la
collettivizzazione.
Persino le cassette dei lustrascarpe erano state collettivizzate e verniciate di
rosso e nero! (...) Tutto ciò era strano, emozionante, anche se per me rimaneva
in buona parte incomprensibile, e in un certo senso anzi non mi piaceva. Ma era
espressione di una realtà che mi apparve immediatamente come qualcosa per cui
valeva la pena di lottare (6)».
Molti stranieri hanno avvertito questo «formidabile potere d’attrazione della
rivoluzione». In Spanish Cockpit (7), Franz Borkenau parla di un giovane
imprenditore americano che la rivoluzione aveva praticamente rovinato e che pure
si era schierato con gli anarchici, dei quali ammirava il disprezzo per il
denaro. E aveva rifiutato di partire, perché «amava questa terra, amava questo
popolo e non gli importava di aver perduto i suoi beni, se il vecchio ordine
delle cose sarebbe crollato per lasciar sorgere una società umana più elevata,
più nobile e felice».
Il movimento delle collettivizzazioni doveva coinvolgere complessivamente tra un
milione e mezzo e due milioni e mezzo di lavoratori (8). È difficile stabilire
un dato preciso, poiché non esistono statistiche globali, e molti archivi sono
stati distrutti. Ci si può comunque basare su cifre frammentarie pubblicate
dalla stampa, in particolare sindacale, e su numerose testimonianze di attori e
osservatori del conflitto.
Nelle imprese collettivizzate veniva insediato un comitato composto da membri
eletti dai sindacati, che si sostituiva al direttore. Quest’ultimo poteva
continuare a lavorare nell’impresa, ma con lo stesso salario degli altri
dipendenti. L’attività di alcuni settori, come quello del legname, fu unificata
e riorganizzata, dalla produzione alla distribuzione, sotto l’egida del
sindacato. Nella maggior parte delle imprese con capitali esteri (come i
telefoni e alcuni grossi stabilimenti metallurgici, tessili o agro-alimentari)
il proprietario americano, britannico, francese, tedesco o belga rimaneva
ufficialmente al suo posto - per riguardo alle democrazie occidentali - ma un
comitato operaio prendeva in mano la gestione. Le banche non furono
collettivizzate, ma dovettero cedere gran parte della loro autonomia di gestione
al governo, che disponeva così di un importante mezzo di pressione sulle
collettività in difficoltà di tesoreria.
L’organizzazione dei settori socializzati ricalcava quella dei sindacati: un
comitato di fabbrica eletto dall’assemblea del lavoratori; un comitato locale,
composto dai delegati dei comitati di fabbrica della rispettiva località;
comitati di zona, comitati regionali e comitato nazionale. In caso di
contenzioso su scala locale decideva l’assemblea plenaria dei lavoratori; se il
conflitto sorgeva a un livello più elevato, il compito di dirimerlo spettava
alle assemblee dei delegati o al congresso. Ma per il suo ascendente e la sua
stessa presenza, la Cnt deteneva di fatto il potere in Catalogna. Il
funzionamento delle collettività appariva dunque molto eterogeneo.
Nelle ferrovie catalane ad esempio, dove i dipendenti ricevevano in generale una
remunerazione annua di 5.000 pesetas, si decise di concedere al personale
tecnico, il cui lavoro si poteva considerare meno interessante, un supplemento
di 2.000 pesetas l’anno. A Lerida, nel 1938, il salario unico era la regola nel
settore edile, mentre a Barcellona un ingegnere continuava a guadagnare dieci
volte più di un manovale. Nel settore tessile, uno dei più importanti della
Catalogna, fu introdotta la settimana di 48 ore; vennero inoltre ridotti i
divari salariali tra tecnici e operai, e si abolì il cottimo per le operaie; ma
nella maggior parte dei casi la differenza retributiva tra uomini e donne non fu
messa in discussione.
Col passare dei mesi la situazione si andò degradando, nonostante gli sforzi
delle collettività per modernizzare la produzione. Nel campo economico come
negli altri, la guerra divorava la rivoluzione.
Mancavano le materie prime, gli sbocchi commerciali si restringevano sempre più
con l’avanzata territoriale dei militari insorti. Tutti gli sforzi si
concentravano sulle industrie militari, e la produzione subì un tracollo negli
altri settori, con le conseguenti ondate di disoccupazione tecnica, penuria di
beni di consumo, mancanza di valuta estera e un’inflazione galoppante. Ma questa
situazione non colpiva allo stesso modo tutte le collettività.
Alla fine del dicembre 1936, in una dichiarazione dal tono indignato, il
sindacato del settore del legname chiedeva «una cassa comune e unica per tutte
le industrie, per arrivare a una ripartizione equa.
Non possiamo accettare che vi siano collettività povere e altre ricche (9)». Da
un articolo del febbraio 1938 si ricava un quadro preciso di queste disparità:
«Le imprese collettivizzate pagano 120 o al massimo 140 pesetas la settimana; in
quelle rurali la media è di 70; mentre gli operai delle industrie di guerra
percepiscono 200 pesetas la settimana o anche di più (10)». Queste
disuguaglianze dovevano persino indurre alcuni rivoluzionari a parlare del
pericolo di un «neo-capitalismo operaio (11)».
Nell’ottobre del 1936 la Generalitat (il governo catalano) ratificò per decreto
l’esistenza delle collettività e tentò di pianificarne l’attività. Fu decisa la
nomina di «controllori» governativi delle imprese collettivizzate.
L’indebolimento politico degli anarchici portò ben presto al ristabilimento del
controllo dello stato sull’economia.
Senza che «nessun partito, nessuna organizzazione» avesse impartito una consegna
in questo senso (12), si costituirono anche collettività agrarie. Furono
collettivizzati soprattutto i latifondi, i cui proprietari erano fuggiti nella
zona franchista, o erano stati sommariamente giustiziati. Nell’Aragona, dove fin
dal luglio 1936 i miliziani della colonna Durruti (13) avevano dato impulso al
movimento, furono coinvolti quasi tutti i villaggi: la federazione delle
collettività arrivò a comprendere mezzo milione circa di contadini.
Sulla piazza del villaggio furono raccolti e bruciati gli atti di proprietà
fondiaria. I contadini consegnavano alla collettività tutto ciò che possedevano:
terre, attrezzi, animali da tiro ecc. In alcuni villaggi il denaro fu abolito e
sostituito da tagliandi. Non si trattava però di una vera moneta, dato che con
quei buoni non si potevano acquistare mezzi di produzione ma solo beni di
consumo, peraltro in quantità limitata. Il denaro accantonato dal comitato fu
utilizzato per acquistare all’estero i prodotti mancanti che non potevano essere
ottenuti con gli scambi.
Dopo una visita alla collettività di Alcora, grosso borgo di 5000 abitanti, lo
storico tedesco Kaminski, molto vicino agli anarchici, annota: «Detestano il
denaro; vogliono bandirlo con la forza e con l’anatema; [il sistema che hanno
adottato è] un ripiego, valido fintanto che il resto del mondo non avrà seguito
l’esempio di Alcora».
La denuncia di «terrore anarchico» da parte dei comunisti era ingiustificata.
L’adesione alle collettività, considerata come un mezzo per battere il nemico,
era volontaria. Chi preferiva la formula dell’azienda familiare poteva
continuare a lavorare la propria terra, ma non sfruttare il lavoro altrui né
beneficiare dei servizi collettivi. Vi sono stati anche molti casi di
coesistenza tra le due forme di produzione, ad esempio in Catalogna, peraltro
non senza conflitti. La messa in comune delle terre serviva oltre tutto ad
evitarne il frazionamento e a favorire la modernizzazione delle colture.
Gli operai agricoli, che pochi anni prima avevano distrutto le macchine per
protestare contro la disoccupazione e la riduzione dei salari, le usavano
volentieri per alleggerire la loro fatica. Si era sviluppato l’uso dei
fertilizzanti e l’avicoltura. Furono migliorati i sistemi di irrigazione e le
vie di comunicazione, e promosse aziende pilota.
Sotto l’egida dei sindacati, nella regione di Valencia si riorganizzò la
commercializzazione delle arance, la cui esportazione costituiva un’apprezzabile
fonte di valuta. Le chiese che non erano state date alle fiamme furono adibite a
usi civili: magazzini, sale di riunione, teatri, ospedali (14).
E poiché, secondo il credo anarchico, l’educazione e la cultura erano le basi
dell’emancipazione, sorsero scuole, biblioteche e club culturali anche nei più
remoti villaggi.
L’assemblea generale dei contadini eleggeva un comitato d’amministrazione, i cui
membri non ricevevano alcun vantaggio materiale. Il lavoro si svolgeva in
gruppi, senza capi, dato che questa funzione era stata soppressa. I consigli
municipali si confondevano spesso con i comitati, che costituivano di fatto gli
organi del potere locale. Generalmente la remunerazione si percepiva come
salario familiare, e nelle zone in cui il denaro era stato abolito veniva
erogata sotto forma di buoni.
Ad esempio ad Asco, in Catalogna, i membri dei collettivi ricevevano una tessera
di famiglia sul cui retro figurava un calendario per segnare via via le date di
acquisto dei viveri, che potevano essere ritirati solo una volta al giorno nei
diversi centri di approvvigionamento.
Queste tessere erano di diversi colori, per permettere anche a chi non sapeva
leggere di distinguerle facilmente. La collettività provvedeva a remunerare
insegnanti, ingegneri e medici, che curavano gratuitamente i pazienti (15).
Questi metodi di funzionamento non erano esenti da pesantezze e contraddizioni.
Kaminski riferisce il caso di un giovane di Arcola, che per andare a trovare la
fidanzata nel villaggio vicino doveva chiedere al sindacato il permesso di
scambiare i suoi buoni con il denaro per pagare l’autobus.
Gli anarchici avevano una concezione ascetica della nuova società, che per molti
versi coincideva con quella puritana e maschilista della vecchia Spagna. Da qui
il paradosso del salario familiare, che costringeva «l’essere più oppresso della
Spagna, la donna, a dipendere completamente dall’uomo (16)».
Le collettività si scontrarono non solo con le forze politiche ostili alla
rivoluzione, ma anche con quelle interne allo schieramento repubblicano.
Il partito comunista di Spagna (Pce), che nel 1936 era debole ma si era
rafforzato grazie all’aiuto sovietico, stringeva alleanze con la piccola e media
borghesia contro il fascismo, secondo la strategia raccomandata da Mosca. Nel
Levante, il ministro comunista dell’agricoltura Vicente Uribe non esitò ad
affidare la commercializzazione delle arance a un organismo rivale del comitato
sindacale, che prima della guerra era stato legato alla destra cattolica
regionalista e conservatrice.
Dopo gli scontri sanguinosi scatenati a Barcellona, nel maggio 1937, dai
comunisti e dal governo catalano, nel tentativo di impossessarsi delle posizioni
strategiche occupate dagli anarchici e dal partito operaio di unificazione
marxista (Poum, semi- trotzkista), il governo centrale annullò il decreto sulle
collettivizzazioni dell’ottobre 1936, e prese direttamente in mano la difesa e
la polizia in Catalogna.
Nell’agosto 1937, le miniere e le industrie metallurgiche passarono sotto il
controllo esclusivo dello stato. Contemporaneamente le truppe comuniste, guidate
dal generale Lister, tentarono di smantellare con il terrore le collettività
dell’Aragona. Alcune di esse, pur assediate da ogni parte, riuscirono tuttavia a
sopravvivere fino all’arrivo delle truppe franchiste. Al momento dell’ingresso
dei ministri anarchici nel governo repubblicano, Kaminski si interrogava sul
rischio che «gli ideali vengano eternamente traditi dalla vita». Ma la vittoria
del generale Franco mise bruscamente fine a questi interrogativi. Drappeggiata
di rosso e nero, la Spagna libertaria è entrata nella storia, scampata alle
delusioni di questo secolo. Un giorno un popolo senza dio né padroni accese
fuochi di gioia con i biglietti di banca. In quest’epoca in cui il denaro è re,
ci sarebbe di che riscaldarci in molti.

note:

* Rispettivamente regista e storico, autore de L’autogestion dans l’Espagne
révolutionnaire, La Découverte, Parigi, 1976.

(1) «Anarchiste» è l’ultima creazione di un celebre profumiere parigino.

(2) Patricio Martinez Armero, citato da Abel Paz, La Colonne de Fer, Editions
Libertad-Cnt-rp, Parigi, 1997.

(3) Questa milizia anarchica, celebre per le gesta compiute dai detenuti che
aveva liberato, ha combattuto in particolare sul fronte di Teruel.

(4) Mozioni del Congresso di Saragozza della Cnt, maggio 1936 (opuscolo),
(5) Carlos Semprun Maura, Rivoluzione e controrivoluzione in Catalogna, Editioni
Antistato, 1976.

(6) George Orwell, Omaggio alla Catalogna, Il Saggiatore, 1964.

(7) Franz Borkenau, Spanish Cockpit, Editions Champ libre, Parigi, 1979.

(8) Si veda Frank Mintz, Autogestion et anarcho-syndicalisme, Editions Cnt,
Parigi, 1999.

(9) Carlos Semprun Maura, op. cit.

(10) Articolo di Augustin Souchy in Solidaridad Obrera (giornale della Cnt),
febbraio 1938.

(11) Gaston Leval, Espagne libertaire, Editions du Cercle ed Editions de la Tête
de feuille, Parigi, 1971.

(12) Abad de Santillan, Por que perdimos la guerra, Iman, Buenos Aires, 1940.

(13) Nel 1936, al momento del colpo di stato franchista, Buenaventura Durruti
(nato nel 1896, dirigente dell’Ugt e quindi della Cnt) assume il comando di una
milizia che gioca un ruolo importante nei combattimenti a Barcellona, poi
nell’Aragona e infine sul fronte di Madrid. Qui, il 20 novembre, Durruti viene
ferito mortalmente, in circostanze controverse.

(14) Secondo lo storico Burnett Bolloten «migliaia di persone appartenenti al
clero e alle classi possidenti furono massacrate», più spesso in rappresaglia ai
massacri franchisti (in La Rèvolution espagnole, Edizioni Ruedo Iberico, Parigi,
1977).

(15) H. E. Kaminski, Quelli di Barcellona, Il Saggiatore, 1966.

(16) Ibid.
(Traduzione di P.M.)

da Le Monde Diplomatique - dicembre 2000
Cineprese sulle barricate

di Carlos Pardo*
Nel 1995, l’uscita del film di Ken Loach Terra e libertà (1) precede in Francia
i grandi scioperi di dicembre che mobiliteranno centinaia di migliaia di
oppositori contro il piano Juppé. Questo film, il cui protagonista è un
britannico che si arruola volontario tra le fila del Partito operaio di
unificazione marxista (Poum, leninista, anti-stalinista e semi-trotzkista) per
combattere il fascismo durante la guerra di Spagna, diventerà, nel contesto di
ribellione che regnava alla fine del 1995, il vessillo della memoria libertaria
per numerosi spettatori che hanno dimenticato le differenze tra il Poum e la Fai
(Federazione anarchica iberica). Da allora, se prendiamo in considerazione il
numero dei dibattiti e delle pubblicazioni, un vento anarchico continua a
soffiare. Più di sessant’anni dopo l’inizio della rivoluzione spagnola,
l’attualità audiovisiva permette di riflettere su questa pagina mal conosciuta
del movimento operaio.
Per esempio, il regista Jean Louis Comolli ritorna sulla figura del famoso
anarchico spagnolo Buenaventura Durruti (1896-1936). Nel suo film (2) si
interroga sulla rappresentazione fisica di un uomo, diventato leggeda già da
vivo, e morto a trentanove anni sul fronte di Madrid.
«Come coniugare questo lavoro impegnato con le necessità materiali di vita di un
attore?» si interroga un attore a cui è stato appena proposto di girare uno spot
pubblicitario. Abel Paz, biografo di Durruti (3) e consigliere storico del film,
caustico, avverte la troupe: «l’attore che farà la parte di Durruti è fregato.
Prima di tutto, deve avere un volto poco conosciuto. In secondo luogo, una volta
recitata la parte di Durruti l’attore non avrà che una prospettiva: il
suicidio... Perché non avrà mai più l’occasione di impersonare un personaggio
così forte».
Buenaventura Durruti simboleggia ancora la lotta radicale per la libertà. Ma
l’immagine di quest’uomo, che ha trascorso i tre quarti delle sua esistenza
dietro le sbarre o in clandestinità, è stata deformata dai suoi nemici,
comunisti e franchisti. Il ribelle castigliano, contrario al concetto di
rivoluzionario di professione, si è adoperato per sfuggire al «culto della
personalità». Per questo motivo, Jean Louis Comolli avrebbe potuto mantenere il
titolo previsto all’inizio del progetto di film: Nosotros (Noi): l’esperieza
libertaria del 1936 non si riduceva a un solo uomo.
L’autogestione delle terre e delle fabbriche, dopo due sanguinosi fallimenti nel
1932, è stata effettiva dal marzo 1936, cioè quattro mesi prima del sollevamento
militare franchista. In un discoso rimasto celebre, Ascaso, compagno di Durruti,
ha riassunto nei seguenti termini la simbiosi tra le idee e la loro
realizzazione pratica attraverso l’azione diretta che costituiva il punto di
forza degli anarchici spagnoli: «le più belle teorie hanno valore soltanto se
sono radicate nelle esperienze pratiche della vita (...) Il nostro popolo è
l’azione in marcia incessante. Camminando supera se stesso. Non trattenetelo,
neppure per insegnargli le teorie più belle» (4).
Jean Louis Comolli, gli attori di Els Joglars e lo sceneggiatore, pur sforzadosi
di essere pedagoghi e ricorrendo a volte ad immagini d’archivio, si scontrano
nondimeno con i limiti della fiction, che non può ricostruire, attraverso un
film di durata standard, la complessità delle idee e degli eventi storici.
Come capire la debolezza della Confederazione nazionale del lavoro (Cnt),
l’organizzazione anarco-sndacalista, malgrado i suoi 1.200.000 iscritti, senza
ripensare alle terribili repressioni che i governi di ogni colore le avevano
inflitto dalla fine degli anni ’10? Come evocare, attraverso una fiction, le
divisioni in seno alla Cnt, che hanno portato i dirigenti, dopo l’inizio della
guerra e contro il parere di Durruti, a scegliere di collaborare con una
Repubblica socialista che aveva quasi altrettanta paura del popolo in armi che
di una vittoria dei franchisti? Come spiegare la volontà degli stati democratici
europei, e in particolare la Francia del Fronte popolare, di non intervenire nel
conflitto spagnolo, mentre Hitler e Mussolini spalleggiavano il generale Franco
dal luglio 1936? Come rappresentare l’infiltrazione degli agenti stalinisti
della Gpu all’interno del governo repubblicano e la volontà dello «zio baffone»,
come veniva chiamato Stalin in Spagna, di soffocare una rivoluzione che si stava
facendo senza il suo accordo? Malgrado questi limiti «naturali», il film resta
comunque stimolante, spesso divertente, e rianima la riflessione sulla
rivoluzione e la sua realizzazione. Attraverso alcune conversazioni scambiate
tra attori del film di Comolli, apparentemente improvvisate, viene schizzato un
panorama della politica e dell’attuale crisi di mobilitazione.
Attraverso alcune domande, la pertinenza delle idee anarchiche sembra tornare a
galla.
Diego, di Frédéric Goldbronn, realizzato con mezzi minimi, rende omaggio a Diego
Camacho che, con lo pseudonimo di Abel Paz, è uno dei maggiori conoscitori della
rivoluzione anarchica (5). Diego/Abel, nato nel 1921, figlio di una
straccivendola «rivoluzionaria nell’anima», rievoca la sua adolescenza
barcellonese ai tempi dell’effervescenza operaia del 1936. Quando scoppia la
rivoluzione, Diego è apprendista in fabbrica e già iscritto alla Cnt. «Una nuova
società era in marcia. Gli operai cessavano di essere schiavi e diventavano
uomini liberi», afferma di fronte ad alcune fotografie dell’epoca. Sono ritratti
dei miliziani entusiasti e fiduciosi nell’avvenire, sicuri di stare scrivendo
una delle più belle pagine della storia del proletariato. Collettivizzazione dei
trasporti, delle fabbriche e degli alberghi, chiese incendiate, prigioni aperte
e demolite... «Eravamo artefici del nostro tempo, cosa che sembra
incomprensibile a chi non l’ha vissuto. In seguito ci è stato imposto un altro
tempo, ma io vivo ancora in quello che avevamo creato. Non ho mai più ritrovato
l’intensità del 19 luglio 1936...».
Le collettività rivoluzionarie hanno coinvolto numerosi settori industriali (si
veda l’articolo qui sopra) tra cui - caso unico, per quanto ne sappiamo - quello
dell’industria cinematografica. I sindacati dello spettacolo di Barcellona,
prima città conquistata dai rivoluzionari, seguendo il precetto adottato al
congresso della Cnt di Saragozza nel maggio 1936, si sono impossessati della
produzione degli spettacoli musicali, teatrali e cinematografici fin dal 23
luglio.
Aboliamo la matematica! La guerra civile spagnola è il primo grande conflitto
dopo l’arrivo del cinema sonoro (1929); il cinema sarà quindi utilizzato come
strumento di propaganda politica (6). Poiché le infrastrutture di produzione si
trovavano soprattutto a Barcellona e a Madrid, città che rimarranno nel campo
anti-franchista praticamente fino alla fine della guerra nel 1939, nel campo
repubblicano verranno girati circa 200 film di propaganda e documentari, a
fronte di una cinquantina di titoli prodotti dai nazionalisti (7). Tra agosto
1936 e giugno 1937, 84 film vengono realizzati dagli anarco-sindacalisti, la
maggior parte a Barcellona.
L’avventura si complica dal maggio 1937 con la confisca della rivoluzione
spagnola da parte dei comunisti. Richard Prost, che continua il suo lavoro di
ricerca sulla memoria anarchica, ha ritrovato le tracce di alcune fiction. Non
essendo riuscito a convincere un distributore a far uscire questi film in sala,
ha deciso di diffonderli in videocassetta (8).
Realizzate a volte nell’emergenza, queste fiction non sono tutte di buona
qualità. Una delle più curiose è senza dubbio ÁNosotros somos asi! (Noi siamo
così!), un’improbabile commedia musicale che ha come principali protagonisti dei
bambini. Il tentativo di colpo di stato militare avrebbe avuto luogo durante la
ripresa del film, realizzato da Valentin R.Gonzalez nel 1936: tutta la troupe si
sarebbe precipitata nelle strade di Barcellona per filmare gli avvenimenti.
Alcune immagini di barricate, che interrompono la storia, sembrano confermare
quest’ipotesi. In una trentina di minuti il film illustra le principali idee
della Cnt: accesso per tutti alla scuola e alla cultura, eguaglianza tra i
sessi, borghesia cieca, classe operaia generosa. Ricorderemo soprattutto la
folle speranza condivisa da tutti i bambini, vero elemento comico del film: la
rivoluzione deve sopprimere l’insegnamento della matematica! Guardando
volentieri al cinema sovietico dell’epoca e anticipando il neo-realismo
italiano, Aurora de esperanza (Aurora di speranza) di Antonio Sau (1937)
rispecchia la situazione dei lavoratori colpiti dalla crisi sociale. Al ritorno
dalle sue prime vacanze, Juan trova la sua fabbrica chiusa. L’umiliazione è al
colmo quando la moglie trova un posto in un grande magazzino, permettendo così
alla famiglia di non essere gettata sul lastrico. Ma Juan esplode quando scopre
la natura di questo lavoro: modella vivente per biancheria di lusso...
Decide allora di rimandare la famiglia al paese di origine, per metterla al
sicuro, bussa a tutte le porte in cerca di un lavoro, passa dal ricovero
notturno alla mensa popolare e alla fine si mette alla testa di una marcia della
fame verso la capitale. All’alba, le centinaia di manifestanti incrociano i
miliziani e si uniscono a loro nella lotta per la libertà...

note:

(1) Il titolo del film fa riferimento ad un giornale anarchico degli anni ’30
che aveva ispirato il nome di una delle colonne libertarie durante la guerra
civile spagnola.

(2) Co-prodotto dall’unità per i documentari della Sept/Arte, Durruti, di Jean
Louis Comolli, sarà diffuso dalla rete Arte e distribuito nelle sale
cinematografiche nel 2001.

(3) Abel Paz, Durruti e la rivoluzione spagnola, Bfs.

(4) Nuestro anarquismo, pubblicato dalla Fai (Federazione anarchica iberica) nel
1937 e ripreso da Abel Paz, op. cit.

(5) A Montpellier è stato aperto tre anni fa un Centro Ascaso-Durruti (Cad), per
far conoscere le idee libertarie, grazie al dono da parte di Abel Paz della sua
biblioteca personale, ricca di opere legate alla rivoluzione del 1936. Obbligato
a lasciare i locali occupati finora, il Cad lancia una sottoscrizione pubblica
per comprarne uno nuovo: CAD, souscription achat, CCP 4 911 50 E MON, Tel./fax:
04.67.58.83.03.
Il film Diego è edito in video dalle Editions Reflex, 21 ter, rue Voltaire,
75011 Parigi.

(6) Cfr. Emilio Sanz de Soto, «Les écrivains et la guerre d’Espagne», Le Monde
Diplomatique, aprile 1997.

(7) I rari film di fiction nazionalisti sono stati girati negli studios dell’Ufa
a Berlino. L’aiuto dato dal Terzo Reich a Franco non si limitava ai nuovi tipi
di armamento...

(8) Dobbiamo in particolare a Richard Prost Un autre futur, un documentario
sulla memoria anarco-sindacalista spagnola. Per gli altri video, tra cui Nuestro
culpable (Il nostro colpevole) di Fernando Mignoni (1937) e Barrios bajos
(Bassi-fondi) di Pedro Puche, rivolgersi ai Films du Village, 24-26 rue des
Prairies, 75020 Parigi. Tel.: 00331.44.
62.88.77.
(Traduzione di A.M.M.)