Spagna ’36: la pratica dell’autogestione

venerdì 29 giugno 2007, di frank

Spagna ’36: la pratica dell’autogestione

Frank Mintz A-rivista anarchica N.74, 1979, pag. 12

Sotto nomi differenti - rivoluzione, comuni, comunismo libertario - e grazie alle traduzioni di teorici stranieri (Bakunin, Kropotkin, Cornelissen, ecc.) e le opere di autori spagnoli (Anselmo Lorenzo, Sánchez Rosa, ecc.), l’idea della realizzazione pratica dell’ “’emancipazione autonoma dei lavoratori” si diffuse rapidamente in Spagna, con alcuni punti fermi e precisi: l’importanza delle statistiche di produzione e di consumo, l’autonomia e la federazione delle unità economiche, l’organizzazione collettiva di queste unità secondo i critici della revoca da parte dell’assemblea e di rotazione dei compiti.

Curiosamente, fino al 1936 le altre formazioni politiche - sia "scientifiche", sia cooperativiste - non proponevano vedute d’insieme pratiche. È certo che non poteva essere questo il caso di alcuni cooperativisti - forti in Catalogna - che cercavano solamente (e in generale cercano) di riordinare il capitalismo. E neppure poteva essere il caso del partito socialista e della sua potentissima centrale sindacale, l’Unione Generale dei Lavoratori (U.G.T.), perché i due organismi erano divisi da due forti correnti di destra e di sinistra, impersonate da Indalecio Prieto e Largo Caballero, il cui obiettivo era l’eliminazione della frazione rivale partecipando il più possibile al potere. II potere e il suo colore erano di poca importanza: i socialisti avevano accettato la partecipazione ad un regime di ispirazione fascista mussoliniana che permetteva loro di occupare un posto privilegiato, mentre gli anarcosindacalisti erano nell’ombra, costretti all’illegalità.

In effetti, fino al 1936 non era chiaro nella sinistra il carattere pericoloso del fascismo. Così, in Germania, il partito comunista e il partito socialista considerarono più importante combattersi reciprocamente, lasciando crescere I’hitlerismo. Nel 1932, la delegazione del P.C. spagnolo riceveva a Mosca i seguenti consigli: "il breve periodo di tempo cominciato dall’aprile del 1931, dopo la partecipazione dei socialisti al potere, ha messo chiaramente in evidenza la fisionomia del socialfascismo spagnolo". (A. Losovski, Anarquistas y comunistas en la revolución española. La Entrevista de la I.S.R. con la delegación sindacali española en noviembre 1932, Barcellona, p.V.).

Tuttavia, malgrado l’analisi fatta dai dirigenti sovietici, malgrado il riformismo del P.S. e dell’U.G.T., che seguivano forse una tattica puramente provvisoria, I’U.G.T. vantava in agricoltura la formazione di comuni, di sfruttamenti collettivi delle terre. E, a partire dall’ottobre 1934, si può supporre che I’U.G.T. fosse a favore - benché questo favore non sia stato ripreso sistematicamente - della collettivizzazione industriale, con milizie armate e, eventualmente, soppressione della moneta.

Quanto al partito comunista filosovietico, limitatamente all’Andalusia dove era meno minoritario che altrove, il suo ruolo fu importante a livello della propaganda, perché propagò l’idea di soviet operai e contadini e della necessità di una rivoluzione immediata. (Tralascio qui di considerare le calunnie e le menzogne del P.C.). Di conseguenza, la propaganda rivoluzionaria degli anarchici e degli anarcosindacalisti ricevette l’appoggio involontario dei socialisti e dei comunisti e anche degli oppositori che, criticando l’idea di espropriazione e di rivoluzione, ugualmente la diffondevano. Lascio anche da parte i dissensi tra gli anarchici nonché le qualità ed i difetti del movimento libertario che ho già trattato nel libro L’autogestion dans I’Espagne Révolutionnaire (l’edizione spagnola è più completa). E insisto su di un elemento che ebbe un gran peso durante la guerra: la sacralizzazione del lavoro. Escluso il famoso opuscolo di Lafargue “II diritto alla pigrizia”, che i marxisti sono i primi a censurare quando arrivano al potere, non si trovano simili denunce nel movimento anarcosindacalista. Tanto in Kropotkin, quanto in Camillo Berneri "El trabajo atrayente" (Barcellona, 1933) e in Falaschi "El trabajo responsable" (Barcellona, 1936), troviamo una certa riduzione dell’individuo agli interessi della collettività. Del resto, I’anarcosindacalismo stesso è fondato in gran parte sull’associazione inconscia "buon lavoratore-buon sindacalista" e "ozioso-parassita".

Un altro elemento particolarmente dimenticato fu una misconoscenza delle radici dello Stato capitalista. Tutte le organizzazioni rivoluzionarie spagnole, benché si dicessero tutte internazionaliste, agivano come se lo sfruttamento potesse scomparire immediatamente con la sola scomparsa del capitalismo in Spagna. Al più, la maggior parte prevedeva un blocco, vedi un intervento del capitalismo straniero, ma questa eventualità (vista dal congresso della F.A.I. del febbraio 1936) veniva praticamente scartata dall’eroismo di cui gli operai sarebbero stati capaci e dalla solidarietà proletaria internazionale. Ma l’altra parte del problema, lo sfruttamento di altre popolazioni da parte del capitalismo spagnolo, non veniva presa in considerazione. Tuttavia Kropotkin aveva richiamato questo problema nel suo commento all’edizione russa del 1921 di Paroles d’un Révolté (p.277 nella riedizione Flammarion, 1978), ma, a parte una traduzione francese, non sembra che gli ambienti spagnoli ne abbiano discusso. È per questo che, anche se la "settimana tragica" del 1909 a Barcellona e l’esecuzione di Ferrer furono causate dalla questione marocchina, anche se il congresso della F.A.I. del febbraio 1936 progettava timidamente una propaganda in arabo (segno che fino ad allora non era esistita), il problema dei Marocchini venne lasciato a se stesso e, come si sa, essi vennero interamente manipolati dalla destra spagnola. Certamente esaminando oggi quegli avvenimenti alla luce dello sviluppo storico, possiamo constatare che socialisti e comunisti francesi non fecero di meglio in Algeria e che i sovietici hanno già raccolto molti scacchi con i loro musulmani; gli anarcosindacalisti, però avrebbero dovuto essere più evoluti.

L’applicazione dell’autogestione durante la guerra di Spagna

Ho mostrato che ci furono un certo numero di collettività agricole e industriali del P.O.U.M. (marxisti non¬filosovietici), del P.C. e dell’U.G.T.. Si può notare che nessuna delle pubblicazioni di queste organizzazioni, dopo il 1939, è dedicata a questa esperienza. Oltre al fatto che lo studio dell’autogestione non è dunque globalmente ed esaustivamente possibile, ciò mostra che nessuna di queste organizzazioni appoggiava l’autogestione. II che non vuol dire che alla base i militanti non agissero in modo relativamente identico a quello dei cenetisti, ma che le direzioni politiche frapponevano degli ostacoli.

Allo stesso modo si sa che gli anarcosindacalisti, tanto quelli della Confederazione Nazionale del Lavoro (C.NT.), quanto gli aderenti ai gruppi anarchici della Federazione Anarchica Spagnola (F.A.I.) frenarono il movimento di collettivizzazione. Le recenti memorie di Garcia Oliver (fine 1978) lo confermano. Si potrebbe fare il superficiale parallelo tra la testimonianza di Anton Ciliga del 1936 nell’URSS (ripubblicata nel 1977 "Dieci anni nel paese della menzogna sconcertante") che sottolineava che né Stalin, né Trotsky facevano appello, nella loro polemica, al giudizio della base, e l’atteggiamento di Garcia Oliver, opposto al resto dei suoi compagni nel plenum del 21 luglio 1936 a Barcellona, su comunismo libertario o semplice lotta antifascista, senza che anche qui nessuno si occupi di consultare la base.

In realtà il paragone è falso, perché le critiche esplosero subito da tutte le parti:

Non avremmo mai creduto che sarebbe stato il giornale anarchico ’Tierra y Libertad’ a tentare di gettare acqua sul fuoco dell’Aragona, come era già stato fatto dal compagno Marianet al plenum di Caspe. È facile dire che noi confederali d’Aragona, Rioja e Navarra, abbiamo dimenticato le tattiche confederali. Noi non abbiamo dimenticato e non dimenticheremo che viviamo una realtà che nessuno può negare. Dopo tanta propaganda che era possibile impiantare in Spagna un regime di libertà e giustizia, crediamo fermamente che sia giunto il momento di dimostrarlo. Ed è quello che facciamo, né più né meno. (Julian Fioristan, Valderrobres, provincia di Teruel, 6.1X.36, Solidaridad Obrera, 9.1X.36, p.3).

Le discussioni del plenum furono appassionate (vedere i testi che do in antologia nel mio libro), le reazioni agli ostacoli pure (La Fatarella, Vilanesa, maggio 1937,...). E quello che è molto interessante è la fissazione sui collettivi economici fino alla fine della guerra e anche il loro sviluppo, quando la vittoria franchista sembrava vicina (una adesione a Villacañas, in provincia di Toledo il 26.X11.38; un’altra a Campo Leal, nella provincia di Ciudad Leal, il 26.1.39). La grande lezione dell’esperienza è il valore dell’esempio: anche in Aragona non tutti i villaggi erano collettivizzati (grosso modo 1’80% all’inizio del 1937 e il 90% nel 1938) e nessuno era collettivizzato allo stesso modo. E, almeno a Barbastro, non ci fu scelta deliberata della C.N.T. per gli anarchici locali, quando si trattava di un conflitto in un collettivo:

"quando io sapevo che in un villaggio la collettività non andava molto bene, andavo al villaggio e riunivo la collettività in assemblea generale. E mi rendevo allora conto della ragione per la quale la collettività non funzionava bene. Non c’era altro mezzo che dissolverla e superarla. (...)".

"Se in una di queste assemblee libere in una collettività, la gente cominciava a criticare un compagno della C.N.T., tu cosa facevi?"

"Non giudicavo gli individui. Gli individui e le azioni venivano giudicate dai membri della collettività stessa. Quando c’era un problema che metteva in pericolo la collettività, che poteva distruggerla, allora intervenivo per difendere una posizione o un’altra. Non c’era differenza, perché non ero solo. Andavamo in comitato, e c’erano i compagni del villaggio, alcuni dei quali erano tanto competenti quanto me. Ero il solo del comitato regionale, il compagno per il trasporto era di Las Cellas; quello dell’agricoltura di Ponzán; e quello dell’economia di Lagunarrota." (testimonianza inedita di Eugenio Sopena, giugno e dicembre 1976). Evidentemente, l’esempio non avrebbe potuto dare risultati se non fosse stato economicamente positivo. E il suo valore risultava dal fatto che le terre erano totalmente coltivate, con macchine, con fertilizzanti, selezione delle piante, degli animali, ecc., tutte cose nuove per l’epoca. Nell’industria, le condizioni igieniche, di lavoro, di salario, erano state profondamente migliorate. In entrambi i casi la pensione veniva accordata a sessant’anni e le cure mediche erano praticamente gratuite. Tutte queste cose esistevano ed esistono dappertutto - almeno secondo le propagande dell’Est e dell’Ovest -, ma allo stesso tempo i lavoratori organizzavano la base stessa del loro lavoro, sceglievano i loro delegati e manifestavano chiaramente il loro disaccordo.

Non riprenderò qui neppure le differenti tabelle statistiche, né le differenze economiche tra i settori di applicazione. Quello che importa è mettere in rilievo le capacità di cui diedero prova i lavoratori dell’industria e dell’agricoltura, analfabeti come letterati, quadri e manovalanza, in una struttura che faceva appello alle loro responsabilità, alla loro autonoma emancipazione. Questa realtà viene costantemente e accuratamente respinta e deformata. I ricchi e i privilegiati delle gerarchie (capitalisti e marxisti, salsa cinese, vietnamita, ecc.) non possono riconoscere la rotazione dei compiti e la revoca da parte della base, l’assemblea, né la costante rimessa in discussione delle conoscenze e dei diplomi che questo sistema implica.

È evidente anche che l’autogestione spagnola non è un fatto isolato proprio alla Spagna, come la corrida, l’horchata e la paella. Ogni movimento rivoluzionario dei lavoratori ha prodotto le stesse reazioni di libera scelta dei delegati, responsabili davanti ai loro colleghi di lavoro, dell’organizzazione collettiva dell’utile del lavoro: "l’autogestione delle imprese non è né una cosa nuova, né una particolarità del nostro paese. È una vecchia rivendicazione proletaria e, nel nostro secolo, quasi tutti i grandi movimenti sociali della classe operaia sono sfociati, prima o poi, in un tentativo pratico di democratizzazione dei rapporti sociali nell’industria. Questo vale per le tre rivoluzioni russe, come per la rivoluzione tedesca degli anni 1918-1920, per la guerra civile spagnola, per la resistenza jugoslava e, più tardi, degli operai polacchi e ungheresi di fronte allo stalinismo. Lo sforzo dei nostri lavoratori che mirava a costituire organismi che permettessero loro di prendere realmente parte alla gestione delle imprese è solo l’ultimo databile degli anelli di questa catena". (Milos Bàrta "Pràce", Praga, 17.11.1969, ristampato in Prague, la révolution des Conseils Ouvriers, Parigi 1977, presentata dal Vladimir Pisera, p.254). Si può notare che I’anarcosindacalismo, così come era organizzato nel 1936, non ha permesso il pieno sviluppo dell’autogestione, benché l’abbia stimolata fino ad un limite che non era mai stato raggiunto né prima né, del resto, dopo. Questo mostra che è la via da seguire, migliorandola. E si può sottolineare, a questo proposito, che era il prodotto di anni di militantismo e di diverse generazioni di lavoratori anarcosindacalisti, dal 1868 al 1936.

A proposito delle interpretazioni dell’autogestione in Spagna

La maggior parte delle discussioni nascondono problemi di fondo. Ma io penso non sia tempo sprecato mostrare la falsità di taluni attacchi. Ci sono affermazioni che io non condivido, come quella dei compagni - pochi, sembra - che pensano che l’autogestione fu opera della C.N.T.-F.A.I. al governo, oppure che è stato grazie alla collaborazione governativa che l’autogestione venne protetta e fu in grado di resistere agli attacchi degli altri partiti (César Lorenzo). Benché in alcuni casi ci sia stata protezione dall’alto, nell’insieme io non ho mai constatato questa tendenza e i casi di abbandono dell’autogestione sono frequenti durante o dopo la collaborazione governativa.

Nelle sue memorie, García Oliver afferma di essere stato l’iniziatore della collettivizzazione in Catalogna, ciò che vale a dire che senza capi le masse non fanno nulla. Su questo io ho dubbi molto profondi e credo che ci sia confusione tra una persona che può incarnare, in un dato momento, l’aspirazione di un gruppo numeroso, e una organizzazione collettiva di produzione. In ogni caso si può notare che García Oliver fu costretto a reprimere uno sciopero nel settore dell’autogestione (cfr., sul libro di Vernon Richards la testimonianza di Marcos Alcón), ciò che limita le facoltà di capo, di cui sembra farsi portavoce.

I consigliari e i marxisti-leninisti giocano sapientemente sugli aggettivi e sui nomi comuni per parlare di vittoria "degli operai e dei lavoratori", nel luglio 1936, stigmatizzando gli errori degli anarcosindacalisti. La collaborazione governativa sarebbe la campana storica dell’anarcosindacalismo e la reazione dei lavoratori di Barcellona nel maggio 1937 la coscienza rivoluzionaria della massa.

Neppure gli storici ufficiali sono più chiari e se ne traggono tre tattiche. La prima è il silenzio (H. Thomas, qualche anno fa). La seconda consiste nell’abbordare l’autogestione trattandola come un fenomeno frenante la vittoria dei repubblicani (Jackson, storico comunista). La terza affronta l’autogestione di petto - generalmente in un capitolo - e lo storico utilizza tre risposte possibili:

a) non ci sono dati seri che permettono lo studio del problema (P. Vilar);

b) i dati presentati non sono verificabili (W. L. Bernecker) e non si possono trarre conclusioni;

c) ci sono notevoli supposizioni che permettono di affermare, in tutta logica, che il sistema sarebbe fallito, anche se non è fallito (H. Thomas, versione attuale).

Se aggiungiamo la versione comunista ("è evidente che l’autogestione fu uno scacco") abbiamo dunque tre sistemi di critica: per mezzo del passato, per mezzo del presente e per mezzo del futuro. Ma in nessun momento viene espressa la posizione reale: l’ipocrisia, apparentemente logica, è la sola risposta.